MetaMatica, ovvero la matematica applicata alla Meta.

Avevo due articoli pronti e gli ho lasciati sul pc del lavoro.

Che rottura. 😦

Mi sembra di ricordare parlassi della metafora dell’equazione applicata alla vita. Sì, un’equazione è quell’operazione che di primo acchito la guardi e provi orrore puro. L’insegnante te la scrive lì, stretta stretta su una lavagna lunga 3 metri, riempiendo tutto lo spazio disponibile. Come diavolo sarà possibile che, in una lezione di matematica, dove ti aspetti di parlare solo e sostanzialmente con dei numeri, ci infilino delle lettere? Cioè, un po’ ti disturba. Le vedi lì, segnate: A, B, C… Separate da un uguale da una parte e dall’altra e condite con dei numeri. Perchè che A è diverso da B lo sai da quando sei nato, ed oggi ti stravolgono tutto quello in cui hai sempre creduto.

Che cazzo, come è possibile? Avevo solo una certezza, ed era quella secondo la quale in matematica, ste cavolo di lettere che da sempre ci permettono di esprimerci, non ci sono. Ed invece le trovi lì, appollaiate su quella lavagna, che gridano per attirare l’attenzione. Le chiamano variabili, e lo scopo del gioco è trovare il numero che si cela lì, nascosto sotto quella lettera.E queste variabili che ti condizionano il risultato le scruti con ansia, sono un’incognita. La prima cosa che ti viene da dire e che cazzo, di variabili e di incognite non ne avevo già abbastanza, nella vita? 

La risposta è sì, le avevi già nella vita. E nello stesso, identico modo in cui devi risolvere l’esercizio, devi risolvere la vita. Senza sapere minimamente da dove cominciare perchè ogni passaggio, ogni step, ogni tentativo, è fondamentale per riuscire a svelare la variabile successiva.

Quando prendi una decisione, tu non hai la minima idea di dove quella strada ti porterà. L’unica cosa che sai, è che senza quel passettino, non farai mai il successivo, nè quello dopo, nè… Ancora, fino alla fine. Fino a quando essa non ti ritornerà un risultato, con un unico, felice, singolo numero. Ricordo ancora quando le guardavo, così lunghe, così piene di lettere, e mi domandavo per quale motivo lo stessi facendo, a che cosa mai nella vita mi sarebbe servito fare le equazioni. Mano a mano che continuavo, provavo della vera e propria goduria nello spostare da una parte e dall’altra dell’uguale quelle lettere, e gioivo nell’aver trovato quel piccolissimo risultato che mi avrebbe permesso di continuare, e continuare. Nel giro di poco tempo, non solo non le guardavo più con orrore, ma ero diventata bravissima, una vera bomba.

Ecco il mio nuovo approccio alla vita. Ragionare come se fosse un’equazione e quando sei arrivata al risultato finale, al numero tanto ricercato, non sei arrivata che alla fine.

La matematica serve. Parola di chi non ha mai creduto serVisse a qualcosa ed oggi vorrebbe che la sua equazione sia la più lunga e piena di variabili ed incognite mai scritta su nessuna lavagna lunga kilometri. Perchè niente si può ridurre ad un solo numero, senza qualche incidente di percorso che ti permetta di seguire la strada corretta.

 

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PS: ovviamente l’equazione è un sostantivo femminile, è complicata e parla una lingua tutta sua 🙂

Mr. and Mrs Smith and…Rachel Green.

La notiziona della settimana è *rullo di tamburi….*Angelina Jolie lascia il marito Brad Pitt.

Sbadaban: il web è in subbuglio, partono meme a nastro che hanno come oggetto principale il bellissimo viso di una Jennifer Aniston vittoriosa e festante, che sembra gridare al mondo “LA VENDETTA è UN PIATTO CHE VA SERVITO FREDDO!”. Roba che la notizia che è morto Carlo Azeglio Ciampi chissenefotte.

Il motivo è presto detto: Jen è una di noi.

Aaah, Jen, come ti amiamo. Per noi ragazzetti del ’90, tu sarai sempre Rachel, quella bionda un po’ sfigata ma che se la sa suonare e cantare da sola, autoironica a sufficienza per uscire decentemente da ogni situazione barbina.

Un vero e proprio disastro in piena crisi di avvicinamento ai 30 in una NY che si preparava ad un cambiamento che perdura fino ad oggi: la condivisione dell’appartamento con altrettante sfigate 30enni single che sanno a malapena cosa fare nella propria vita ed incapaci di potersi pagare un affitto da sole.

 

Io non lo so se voi avete avuto dei coinquilini nella vostra vita, al di fuori dei vostri genitori o del vostro compagno/a. Nel caso in cui ciò non vi sia accaduto e, per necessità, virtù, culo nel burro, soldi del papy, lotteria o sticazzi, sappiate che avete perso una possibilità incredibile di misurare la saldezza dei vostri nervi, l’autocontrollo nell’utilizzo dei coltelli Miracle Blade all’ennesimo paio di mutande trovato nella doccia ed i centimetri cubi di spazio che occupava la vostra pietanza preferita rubata nel vostro frigorifero comune manco fosse battaglia navale. Non a caso, infatti, c’era una nota pagina Facebook che raccoglieva episodi de “Il Coinquilino di Merda”,

L’altra faccia della medaglia, però, è illuminata dallo sviluppo del sentimento di cameratismo, che “Friends” era in grado di descrivere molto bene.

Diversi anni prima che sperimentassi il “coinquinilesimo”, guardavo in tv questi 6 ragazzi e non vedevo altro che bellezza: era una cosa che volevo, DOVEVO, sperimentare anche io. Sembrava troppo divertente avere una vita così, sconclusionata ed apparentemente instabile da bruco e vedere che poi si evolveva in una splendida farfalla.

Diciamo che la vita mi ha accontentato: c’ho 30 anni, nun c’ho ‘na lira, non ho la certezza di cosa voglia fare da grande e so’ tanto sfigata. Scambio NY con Milano, e non credo di guadagnarci.


Oggi, noi ci sentiamo tutte Jennifer Aniston e patteggiamo per questa donna perché per noi trentenni d’oggi è e sarà sempre Rachel.

E Rachel è esattamente come noi: è bella ma non troppo, è brava ma non troppo, è felice ma non troppo, è snob ma non troppo, fa carriera ma non troppo e si butta in relazioni da cazzara che finiscono e che poi la costringono a riflettere sull’importanza del primo, vero amore della sua vita: il ragazzo della porta accanto (di modo di dire e di fatto) Ross.

Quando il personaggio Rachel poi si instilla prepotentemente nella vita della sua interprete Jennifer, regalandole dapprima una botta de culo pazzesca (leggi Brad Pitt) e poi una sfracassata sui denti che dall’impatto si spostano sulla testa a mo’ di corna (leggi Angelina), ci siamo sciolte tutte. La trasposizione hollywoodiana di ciò che accade a molte di noi nelle nostre umili, noiose quanto uniche, vite.

Ci siamo sentite vicine a lei, vicine alla Jen che era anche la nostra Rachel che portava una vita normale da sfigate in televisione, con la quale ci identificavamo direttamente dal divano. Rachel è stata la prima a mostrarci una real tv qualche anno prima rispetto ai “Grande Fratello” (ammessa e non concessa la labile realtà che mostrano) e Jen la prima a mostrarci il fallimento di un sogno sia sul piccolo schermo, sia nella vita privata.

 

Eh sì cazzo. Siamo tutte Rachel. Siamo tutte Jennifer. In tante siamo state tradite e a tante è stato spezzato il cuore per una donna più bella.

Vai Rachel, esulta se lo credi necessario o fottitene con nonchalance ma mostra il tuo sorrisetto malefico. Te lo meriti e un po’ ce lo devi. Perché, cara Rachel, noi abbiamo sempre fatto il tifo per te.

WE HAVE BEEN THERE FOR YOU.

 

La Felicità nella Ricerca.

Torno da un weekend passato con le mie amiche per i vigneti. C’è un unico motivo per cui mi piace settembre, ed è il profumo del mosto.

Per il resto, Settembre mi mette un po’ di angoscia. Non a caso si dice che Settembre sia il lunedì dell’anno: l’estate sta morendo per risorgere fra 9 mesi, i ragazzini ricominciano la scuola, tu riprendi a fatturare e vorresti iniziare la solita, classica, dieta post abbuffo.

Sono stanca, ma non riesco a dormire. Decido di guardare un film, ma non ho nemmeno idea di quale. Cerco un po’, e mi imbatto in un titolo che non ho mai sentito in Italia. Si tratta di “Hector e la Ricerca della Felicità“. Decido di non leggere nemmeno la trama: fondamentalmente quello che racconterà questo film (tratto, come sempre, da un libro – i migliori!) è più o meno una cronostoria di quello che sto cerando di trovare io.

Forse per la condivisione degli interessi, forse perchè pure io sono un po’ eccentrica come lo psichiatra protagonista Hector, ho letteralmente adorato questo film.

E’ poco importante ti spieghi la trama nel dettaglio: sarebbe meglio te lo guardassi. Devo comunque spendere due parole perchè Hector è un uomo ordinato, con una fidanzata ordinata che segue una vita molto ordinata. L’ordine gli mette sicurezza, si sente protetto e completo nel sapere esattamente come andrà la giornata che è appena iniziata, sperando e riuscendo ad averla identica alla precedente.

Ad un certo punto, però, sbrocca. Non si sa cosa lo abbia smosso, non lo sa che cosa lo abbia mandato fuori dai binari, non è chiaro come sia riuscito a prendere la prima, vera decisione della sua vita, ma sbrocca. Sbrocca con i pazienti, sbrocca con gli amici, sbrocca ovunque.

Il lavoro del medico psichiatrico è aiutare la gente ad essere felice, a sbloccarsi dai problemi e ricercare insieme la felicità. Ma se Hector stesso non sa che cosa sia la felicità, come può pretendere di aiutare i sui pazienti?

Informa la sua ordinata fidanzata della sua idea di uscire, almeno un po’, dal seminato e prenota un aereo per Shangai. La nostra ex ragazzina terribile di “Gone Girl” lo asseconda, lo aiuta a fare i bagagli e gli dice che lo aspetterà qui.

Approda a Shangai, si imbatte in un banchiere milionario. Direttamente sull’aereo, comincia a costruire il suo diario, e chiede al ricco compagno di viaggio cosa sia per lui la felicità.

Hector continuerà così per tutte le sue tappe: per ogni persona che incontrerà, lo psichiatra gli chiederà che cosa è per lui il concetto di felicità. Trova delle sistematiche differenze nelle risposte: incontra una prostituta, un monaco cinese, una banda di criminali africana, l’amore che pensava essere della sua vita. Si rende conto che dalla Cina, all’Africa, a Londra e a Los Angeles, per ogni persona che trova, i concetti dello stesso termine “felicità” sono molto diversi.

Hector rientrerà poi a Londra dalla sua fidanzata, e vivranno una vita completamente diversa, perchè lui stesso non è più l’uomo che è partito:

Hector ha accolto il cambiamento. Tutto era soggetto ad esso, incluso lo psichiatra, che imparò ad amare come mai aveva amato prima.

I viaggi del nostro protagonista sono molto diversi (si, e pure un po’ inverosimili, maledizione al mio realismo).

Il Monaco Zen, che asserisce di averne passate di tutti i colori nella vita, per esempio, cerca di insegnargli che:

EVITARE L’INFELICITA’ NON FA RAGGIUNGERE LA FELICITA’

ESSERE FELICI E’ UN DOVERE DI TUTTI

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Il banchiere invece lo persuade, dicendogli che la felicità è avere il denaro a sufficienza per potersela comprare. Effettivamente, se sei impegnato a guadagnare, ti scordi perfino di aver voglia di essere felice.

La prostituita gli fa capire che la felicità è fare la donna delle pulizie, per poter tornare a casa dalla sua famiglia con il suo onore ancora intatto, a testa alta.

Il suo amico medico, partito dopo l’Università per prestare il suo aiuto in Africa, è felice perchè può mettersi al servizio degli altri, salvare vite.

Il trafficante gli confida che sarebbe più felice se sua moglie fosse felice: ella non è contenta del lavoro del marito e non le interessa avere tutti quei soldi, ma un uomo con un lavoro onesto.

I banditi gli dicono che la felicità è ottenere sempre ciò che si vuole.

L’amica africana che è lo stufato di patate dolci, consumato e cucinato da lei per la sua famiglia.

La sua ex fiamma, che è avere incontrato suo marito, ed avere avuto la possibilità di avere dei figli.

Potrei andare avanti ancora per molto, perchè il viaggio di Hector è una vera e propria raccolta di emozioni altrui, di incontri, di scontri e di voglia di vivere.

Perchè non è tanto importante mettersi in moto per ricercare la felicità. Ciò che veramente è importante, è la felicità nella ricerca.

 

Portatrice sana di fottuto realismo.

A me succede spesso di essere a corto di fantasia, ma con discrete sensazioni da dover amplificare. Peccando di scarsa immaginazione ed essendo portatrice sana di fottuto realismo, in qualche modo mi devo pure arrabattare.

Succede quindi che ogni tanto io abbia la necessità di un briciolo di ispirazione per fare in modo che le mie sensazioni (che pessima parola, in italiano rende poco – leggi feelings) defluiscano e si amplifichino giusto per permettermi di liberarmene.

Spesse volte mi capita perfino di vedere un film da bambini e domandarmi come sia possibile che pecchi così tanto di verità. Nel film dei GhostBusters, sono riuscita a domandare come sia possibile che un uomo gigante fatto di Marshmallows possa materializzarsi e spaventare la città, o per quale cazzo di motivo debbano piovere rane in Magnolia.

Cioè, con la fantasia nun ce stamo proprio, e non sono mai stata un’inventrice di favole o di storie d’amore tra le Barbie ed i Ken senza genitali, per intenderci.

E’ così che il cinema ed i libri mi aiutano. Fanno in modo che, per qualche secondo, io smetta di pensare alla logica ed almeno provi a buttarmi sul poco plausibile.

Il fatto è che comunque, buona parte delle commedie che finiscono sempre bene, mi sembrano paradossali, o storie trite e ritrite con lo stesso intreccio di altre centinaia di storie.

Protagonista – antagonista – sfigata di turno – tutto è bello e buono – casino – ancora casino – sfortuna apocalittica – il protagonista si batte contro l’antagonista – eroe della situazione – ripristino della normalità con annessa e connessa straordinarietà del “e vissero felici e contenti per sempre”. A parte che vorrei proprio lo si argomentasse un po’ meglio, questo “per sempre”, che te l’ho detto, io non ce l’ho la fantasia di prevedere domani, figurarsi l’eterno.

Tante volte, mi sembra di rivedere quei “Vacanze di Natale” che hanno calcato gli schermi dei cinema in continuo loop, un anno dopo l’altro, della stessa, merdosissima storia.

Ebbene, pare io non sia l’unica a peccare di fantasia.

Così, ho pensato che fosse il caso di archiviare quelle miserabili commediole americane di turno dove abbiamo potuto vedere la storia di Cenerentola condita in mille salse diverse, e mi sono buttata su quei film che mi lasciano un messaggio alla fine, che si collega alla mia ricerca spasmodica.

Sì, certo, non sono proprio film mapponi polacchi giudicati incredibili dai più ed assolutamente impegnati, però per lo meno hanno una filosofia da raccontare.

Gli ultimi due film che ho visto, in preda ad una Sindrome Premestruale da schizofrenica, sono “Io prima di te” e “Colpa delle Stelle”, film di un’allegria da funerale di Stato.

Entrambi però hanno un messaggio che credo ci dimentichiamo troppo spesso.

Finchè c’è vita, c’è speranza. Ma non è che devi aspettare proprio l’ultimo istante per metterti a fare qualcosa di pressochè normale.

Per te, oggi, che hai due gambe funzionanti ed i polmoni che respirano in autonomia, ammesso e non concesso di avere due lire, un viaggio ad Amsterdam non ti costa chissà quale fatica. Questo è un esempio molto banale, ma serve per dirci che troppo spesso facciamo finta di non sapere che il nostro tempo a disposizione è troppo poco, che domani mattina progettiamo una Chiesa a Barcellona nell’apice della nostra carriera, e all’inaugurazione del cantiere ti stira un pullman.

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Dai cazzo.

L’ulteriore messaggio che ho visto dietro queste storie è quello di donne innamorate, caparbie e molto altruiste, che si sacrificano per fare in modo che qualcun altro che loro amano possa avere una vita più felice.

Noi donne siamo maestre in questo, senza troppo ricordare, però, che la felicità personale attira altra felicità. Se così fosse davvero, se ci credessimo davvero, il concetto sembrerebbe perfino semplice e per niente egoista.

Peccato per quel gene sbagliato che mi rende portatrice sana di fottuto realismo, ed il realismo suggerisce che, se pensi solo a te stessa, ciò non è altro che un atto di egoismo fatto e finito.

Cedesi relismo per un po’ di coraggio prima che mi stiri un pullman. Astenersi perditempo.

 

 

Tiziana, ti svelo un segreto.

Ciao Tiziana,

mi sento di svelarti un segreto. Sei bellissima.

Credo fermamente che ogni bigotto che ti dà della troia, avrebbe voluto avere un rapporto con te, anche solo che tu ponessi lo sguardo su di lui.

Vorrei anche dirti che se tutte le donne che hanno fatto un pompino al tizio sbagliato di turno tradendo il proprio compagno dovessero togliersi la vita, questo mondo sarebbe molto più vuoto.

Vorrei anche informarti che a 30 anni suonati, hai il diritto di fare letteralmente il cazzo che ti pare, senza venir troppo giudicata e senza ammazzarti di vergogna e di seghe mentali varie. L’età in cui tutto ti distrugge, anche se ti dicono che quel giorno ti si è sbavato il mascara e che sembri un po’ sbattuta, l’hai passata da un bel pezzo. Hai il tuo carattere formato, sei una Donna e sai che le critiche arriveranno sempre, ogni giorno, per qualsiasi cosa tu faccia o non faccia.

Vorrei informarti che di coglioni ce n’è pieno il mondo. Sarebbe il caso, arrivata ad una certa età, mettessi un po’ da parte l’ingenuità e cominciassi a capire di chi ti puoi fidare e di chi no.

Voglio dirti che le persone dimenticano. E tendenzialmente, dimenticano perchè non gliene frega un cazzo. E domani tu, il tuo foulard e la tua brutta storia verrà archiviata, perchè dopo di te ci sarà un’altra, e poi un’altra, e poi un’altra ancora.

Voglio dirti che è colpa di internet e della sua Rete fino ad un certo punto, perchè credo che sì, la viralità e la pessima notorietà che ti possono dare in giro per il web può farti ammazzare, ma che non è assolutamente necessario. Voglio dirti che tutti coloro che hanno condiviso o caricato il tuo video sono i classici leoni da tastiera senza spina dorsale. Vigliacchi.

Voglio dirti che anche senza internet però la cosa sarebbe rimbalzata lo stesso per tutto il tuo paesino di bigottoni, che è un po’ una scala ridotta della nostra Italia. Che forse quello che ti ha fatto vergognare come una ladra era proprio lo sguardo ammiccante e pure un po’ viscido del tuo vicino di casa, piuttosto che gli sberleffi pubblici sui social network di un ragazzino a 400 km di distanza.

Voglio dirti che i tuoi valori e la tua vergogna un po’ ci fanno credere che c’è della bellezza del mondo.

Voglio dirti che ci sono 16enni che fanno questi video volontariamente, per stupido esibizionismo o per qualche bicchiere di troppo.

Voglio dirti che ci sono delle pornostar strapagate che fanno quotidianamente quello che hai fatto tu quella sera, e gli stessi che ti additano come una poco di buono sono quelli che si sono dovuti ridurre ad eiaculare in un fazzoletto davanti ad un pc, perchè sapevano che in altro modo non avrebbero potuto averti.

Voglio dirti che lo squallore è un altro, e che ogni giorno, in ogni istante, anche in questo momento, una donna sta spompinando qualcuno.

Voglio dirti che non hai fatto niente di così sensazionale da doverti privare della voglia di vivere. Voglio dirti che non hai sbagliato.

Avremmo tutte voluto dirti di tenere duro, ancora solo un pochino. E di non sentirti in colpa per essere una delle altre, milioni di donne, che in questo istante si stanno cercando di divertire con uno stronzo.

Tiziana, slega quel foulard, metti un po’ di mascara ed esci mostrando il dito medio.

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Bruci pure la città, che io mi ci arrostisco un Marshmallow.

Sedermi ad aspettare non è mai stata la mia azione preferita.
Generalmente per stare ferma in un posto perfettamente immobile, c’è necessità di inchiodarmi. La mia testa pullula di idee, e fermarmi a farmi scorrere la vita davanti è un’attesa che non amo subire.
Ho sempre agito per fare in modo che le cose andassero esattamente come volevo nel momento in cui lo volevo, spesse volte prendendo diversi pali in faccia – per i quali mi stupisco di come possa avere ancora tutti e 32 i denti -.
Arrendersi non è assolutamente da me: finché io crederò che tal questione deve venire trasformata, utilizzerò ogni mezzo, ogni risorsa di tempo ed ogni fibra del mio corpo per ottenere tale risultato.

E’ per questo motivo che credo che debba prendermi una pausa dall’azione continua e inchiodarmi alla benedetta sedia metaforica per obbligarmi a liberare la mente per qualcosa per cui vale veramente la pena combattere. Una sorta di programma “risparmio energetico” che comandi allo smartphone quando preferisci non utilizzarlo momentaneamente per risparmiare la batteria per un ipotetico evento successivo per il quale potrai pentirti di averlo avuto scarico.
Dopotutto, se la vedi da una certa angolatura relativa, sedersi ad aspettare è pur sempre un’azione.

Avevo letto una citazione una volta, incollata al gabbiotto che fungeva da scrivania di una mia collega.
Recitava più o meno così

“Dammi il coraggio di cambiare quello che posso cambiare, la serenità di accettare ciò che non posso modificare e la saggezza di saper riconoscere la differenza”

Aveva appeso questo mantra in un momento un po’ particolare della sua vita, quando, troppo stressata da un lavoro che la assorbiva, cercava di avere un bambino ma non riusciva.

Non so a chi si rivolgesse in particolare. Credo che tutti abbiano un qualcuno a cui indirizzare le proprie richieste, i propri sogni. Che si tratti del tuo spirito, del tuo Dio, di chi ti pare o di chi non sai nemmeno, ognuno di noi, una volta nella vita, ha espresso una preghiera a qualcuno.

Quello che mi manca è quindi la stramaledetta capacità di saper riconoscere la differenza tra ciò che posso effettivamente modificare con il mio pensiero, con la mia dedizione, con le mie tecniche, e ciò che, per quanto io possa impegnarmi, non posso assolutamente cambiare, perché non dipende da me.

Ecco quindi quello che farò. Mi siederò qui, bella tranquilla, ad osservare il mio vecchio sogno bruciare per fare spazio a quello nuovo.
Mi godrò lo spettacolo del falò ed il calore che sprigiona, sapendo che comunque, questa volta, non ho gli strumenti per far divampare il fuoco perché no, non sono potrò mai essere in grado di sollevare l’aria.
Del resto, non ho voglia di voltare pagina.
Voglio proprio cambiare libro.

 

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L’Universo o… Gli Universi?

Oggi si parla di fisica quantistica legata alla felicità.

Sì, lo so che messa così pare una minchiata fotonica ma tieniti forte. Ho letto in giro che alcuni scienziati (quelli veri, con Lauree e controcazzi, mica gente così) dicono che esistono cunicoli spazio-temporali tra Universi paralleli.

In parole povere ad ogni decisione presa l’Universo si divide in due: un Universo in cui si verificano gli eventi della scelta compiuta e uno in cui accadono cose come se avessi preso la decisione opposta.

….pensa un po’ a quanti Universi hai aperto, tu, da solo, ed immagina tutti gli spazi temporali che ci sarebbero se, per ogni bivio di ogni momento della vita di ogni persona costituisse un’occasione.

Williams dice di ridurre tutto a 7 Universi.

Trova uno starting point, seziona tutti i bivi difficili e tutte le decisioni importanti e prova ad espandere la tua coscienza fino al punto di scrivere tutto ciò che avresti fatto, se non avessi preso la decisione che ti ha portato qui ma quella esattamente opposta.

Oppure prova ad immaginare se quel giorno avessi preso quel biglietto della lotteria. Saresti un imprenditore oggi? Li avresti scialacquati tutti? Avresti fatto il giro del mondo? Perchè? Che cosa avresti cercato?

Sembra difficile ma ti assicuro che una volta che hai cominciato con il primo, forse non ti fermerai fino a 7. E potrebbe essere pure la volta buona che ti perdoni, e che capisci che forse, non è stato tutto così sbagliato.

Perchè ogni decisione, ti porta direttamente alla successiva.

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#JeSuisCharlie… O no?

La matita macchiata di sangue si è scagliata contro di noi, stavolta. E gli ashtag, le bandiere tricolori francesi e le frasi di odio verso l’Isis si sono rivolte al cugino che abbiamo sempre -a questo punto…- finto di proteggere.

Mentre qualche mese fa, scandalizzati, piangevamo le morti degli attentati al Bataclan, a Nizza, ed alla redazione del settimanale di satira illustrata, ora facciamo fotografie di enormi merde di animale che riportano la bandierina francese. Sì, di quelle con gli stuzzicadenti che si usano per i panini ai buffet.

Mentre qualche tempo fa marciavamo, tutti uniti, contro un unico nemico (che ci siamo fatti nella storia, non è che si siano alzati una mattina ed abbiano deciso di sterminarci, ma questo è un altro topic) ora sappiamo che il nemico è lì, di fianco ai nostri confini, e pontifichiamo la necessità di organizzare una sorta di spedizione punitiva perchè non si gioca con la povera gente.

Non credo mai troveremo essere umano che sia d’accordo sull’utilizzo becero della morte tragica di qualcuno. Nemmeno gli stessi autori della vignetta.

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La satira però è un’arma molto difficile da utilizzare, e, soprattutto, non è per tutti comprenderla. È una sottile presa di posizione ed ha una chiave noir molto nascosta: al primo impatto è di difficile comprensione ma, se si scava più a fondo, diventa magicamente più comprensibile.

Le “lasagne”, che noi abbiamo scambiato per essere un pessimo esempio di crudeltà visiva becera e molto bassa, un accomunare ad una tragedia la nostra nomea di essere buone forchette e buoni cuochi, è un’allegoria invece molto intelligente.

Il giornale, capendo la furiosa reazione degli Italiani, offesi quando si viene toccati al proprio cuore e quando viene presa di mira la nostra brava gente -sempre tutti brava gente, quando stanno 11 piedi sotto terra, sbaglio? -hanno replicato in massa, criticando pesantemente il giornale, arrivando a dire che erano tutti meritati gli eventi che hanno decimato i vignettisti, senza ricordarsi che un anno fa erano tutti Charlie.

È un po’ il classico esempio italiano: noi siamo sempre così caritatevoli, così bonaccioni, così amabili, che ci prendiamo a cuore e alla pancia (con la quale spesso ragioniamo) qualsiasi questione. E da italiana, anche io mi sento così.

Anche io ho pianto per i miei coetanei uccisi un venerdì sera mentre volevano solo divertirsi e non fare del male a nessuno. Anche io non sono riuscita a vedere il video della strage sulla Promenade des Anglais. Sì, anche io sono stata Charlie. Ma quando ho visto l’immagine, di primo acchito, mi sono incazzata. Perchè è troppo facile prendersela con i morti.

Credo che la vignetta fosse troppo intelligente, troppo subdola, da far trasparire immediatamente il concetto che il disegnatore voleva illustrare.

Così, si è sentito in dovere di spiegarla.

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Ora è più chiara e condivisibile dai più, sebbene continui ad essere becera ed incredibilmente improntata, ancora una volta, sullo stereotipo (che ormai ha rotto il cazzo) dell’italiano mafioso. Dai, non fa più ridere. Da anni sappiamo che loro non si lavano il culo perchè privi di bidet, sta cosa che noi nascondiamo i cadaveri nei piloni delle case deve finire allo stesso modo.

In ogni caso, brucia tanto il sedere perché in entrambe le vignette è ben chiaro che cosa sia successo veramente ad Amatrice, e che purtroppo non risolviamo da anni. È anche chiaro che siamo molto bravi a cucinare primi piatti, mentre per quanto riguarda le strutture e le case, siamo peggiori costruttori delle cicogne con i loro nidi.

Tutto gira sempre intorno alla nostra politica, che spesse volte è corrotta. Mi spiace dirlo, ma Grillo ha proprio ragione quando dice che dovremmo varare una legge per evitare che i nostri parlamentari (con la p minuscola più minuscola possibile) siano stati o siano tuttora sotto processo. Dall’alto di questi parlamentari scendono nicchie di paraculati che intascano i soldi statali necessari per utilizzare materiali resistenti in zone sismiche, ma come per le autostrade e via discorrendo. Vale una menzione anche il o i pubblicitari autori delle locandine del Fertility day, perchè se non sono almeno parenti di terzo grado della Lorenzin, c’è qualcosa che veramente non si spiega.

Anyway, tutta questa politica marcia ci fa letteralmente franare, aumentando lo stereotipo.L’intelligenza della vignetta è proprio mettere in paragone qualcosa che l’Italia sa fare molto bene con qualcosa che l’Italia non è che sappia fare male, ma non ha mezzi per fare le cose fatte con le dovute accortezze.

Dai, evadiamo dallo stereotipo e prendiamo atto che, se fossimo proprio così inattaccabili, queste vignette non esisterebbero. Utilizziamo la vignetta, invece che per farci esasperare dall’odio, per trovare un’ispirazione, un’influenza positiva, su come ci vedono all’estero. Prendiamo l’opportunità di ragionarci sopra, invece di schifarcene immediatamente.

Proviamo a staccarci dal nostro patriottismo qualunquista e fine a sè stesso, che tanto non ci crede nessuno.

Domani, saremo tutti comunque addosso, l’uno contro l’altro, a darci di terroni e dei polentoni a vicenda. Non facciamo finta che vada tutto bene e non prendiamocela con un becero e insensibile giornale che ha pagato cara la sua libertà di espressione.

Io, decido di rimanere Charlie.

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Ecco perchè la nostra fertilità è un bene comune.

C’è una cosa che mi ha infastidito, ieri, aprendo il Facebook.

Save the date, il 22 Settembre è il #fertilityday!

Che di per sé, potrebbe perfino avere un senso.

Si sa, in Italia si fanno pochi figli: la cosa è nota da diverso tempo e non giunge nuova alle orecchie delle mie coetanee.

Vorrei evitare di analizzare immediatamente ruggendo su tutta la questione dal punto di vista di una studentessa prima di Scienze Politiche e poi di Marketing e Comunicazione.

Fondamentalmente, le cartoline promozionali, che dovrebbero invitare le donne tra i 20 ed i 35 anni a figliare sono così brutte e così ridonandanti di luoghi comuni che sembrano uscite direttamente dal punto più basso del MedioEvo.

Ripeto, è inutile sparare sulla Croce Rossa: le immagini in sé stesse e le frasi che le accompagnano non solo ci mettono di fronte ad un’ agghiacciante analogia con il nemico pubblico numero 1 – per la stampa –   (leggi Islam) con una visione della donna più vicina a quella di un’incubatrice, piuttosto che di un essere umano, ma ci sputano in faccia e ci fanno intendere che sia perché piove (adattamento di una celeberrima frase, in versione leggermente meno volgare)

Saviano e web contro Fertility day

Che poi, non è mica necessario stare qui ad elencare le varie lacune del governo nei confronti delle famiglie e delle mamme (giovani o meno che siano), la mancanza di incentivi, la gimcana quotidiana al destreggio tra 8 ore di lavoro, le corse a prendere i bambini all’asilo al post orario e due straccio di minuti per farsi una doccia in pace, tutto questo per 1.200€ scarsi al mese, che giura sulla Costituzione che tutela la procreazione cosciente e responsabile.

Non sei né cosciente né responsabile, quando decidi di avere un figlio, credo. A detta di chi ce l’ha, non sei mai pronto a quello che ti viene addosso e a maggior ragione, in questa Italietta, sei da solo/a.

Le istituzioni latitano. Ma pure gli uomini eh, latitano.

Manco fossero tutti qua che non vedono l’ora di fare 2 figli in un botto solo. Eh si che il fatto che gli uomini in generale siano meno propensi a fare figli è pure questo un luogo comune ridondante e vecchio come il Cretaceo. Ma non ne si fa nessuna menzione in nessuno dei cartelli motivational.

Non è mica tutta colpa loro, assolutamente. Forse è un po’ colpa delle mamme che si comportano come se avessero ancora 8 anni, pur avendone 38, sarà la disoccupazione che smorza la loro virilità che devono sempre e necessariamente sfoggiare ad ogni costo anche quando ci sono pochi soldi e troppo poca bella vita, sarà l’insicurezza di un periodo molto poco florido che sta durando da troppo, sarà che la maggior parte di sti poveri Cristi va avanti a suon di 2 di picche ogni venerdì sera da una vita. Sta di fatto che, se a 30 anni ho la grazia di avere un lavoro e voglia di uscire di casa, dato che ci ho messo i precedenti 10 a fare su un piccolo gruzzoletto necessario per dare l’anticipo per l’accensione di un mutuo trentennale, “avrò pure voglia di farmi 2 o 3 anni da solo con mia moglie/mia compagna?”

Mica li biasimo.

Se ci fai caso, ci sono genitori giovani in giro. E, nell’ordine sono:

  • 16enni alle prime esperienze sessuali, ingravidate dal fidanzatino che, occasionalmente le rimane accanto.
  • Incoscienti ed irresponsabili (vd parte sopra)
  • Giovani starlette televisive, calciatori, veline, meteorine, sportivi in generale.

Sai quale è la variabile principale che rende diverse la prima e la seconda categoria diversa dalla terza?

I soldi.

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Certo che se in due non prendiamo 2.500€ al mese, non abbiamo la rata del mutuo da 500€ al mese, quella della macchina che mi porta a guadagnare due lire e quella della lavatrice perché “cazzo mi si è spaccata ma non ho neanche una lira da parte per pagarla”, ma prendo la stessa cifra correndo 4 minuti dietro ad un pallone, ci provo a farlo anche io un bambino.

Se nel frattempo ho fior fior di tate o ho possibilità senza soffrire troppo la fame di pagare 800€ un asilo nido intanto che faccio palestra, perché no?

Ma, ahimè, vi devo ricordare che c’è un solo modo migliore per essere creativi: essere genitori giovani!!

Che se siamo creativi come le cartoline promozionali del governo per il fertility day, sticazzi.

Volevo anche dirvi che hanno perfettamente ragione, quando dicono che la fertilità sulla carta è anche un bene comune e non è solo l’utero è mio e lo gestisco io.

Avevo letto da qualche parte che sulla testa di ogni bambino italiano, all’atto di nascita, pende un debito di 30.000 € con lo Stato.

Nuovi nati significa nuovi abitanti del suolo italiano,  ogni vita, nello stato in cui è ridotto questo Stato, è una fonte di remunerazione, e mette in atto una catena di eventi che possono permettere al Paese di andare avanti. La denatalità è effettivamente una piaga perché, di questo passo, saranno troppi pensionati e troppi pochi lavoratori, troppe case per poche persone, troppi insegnanti e troppe scuole per pochi bambini, troppi beni per pochi compratori.

Effettivamente questo è un circolo vizioso, una spirale che sprofonda nel baratro, un cane che si morde la coda in continuazione.

Non si possono fare figli senza lavoro, quindi trovateci un posto in cui posso guadagnare dei soldi.

Non si può trovare posti di lavoro, perché si deve andare in pensione dopo più di 40 anni di contributi, a circa 60 e passa anni, quando va bene. Le posizioni potenzialmente vacanti sono occupate da persone stanche di ricoprirle, ma che non hanno alternativa.

Trovare l’alternativa e pre-pensionare i nostri genitori stanchi, starebbe solo a significare che l’INPS avrà un’entrata inferiore, ed un’uscita superiore. Perché se un 60 enne dopo 40 anni di carriera prende mediatamente 4000€ al mese (dei quali la metà non entrano nelle sue proprie tasche, ma nelle casse dell’INPS), un 21enne entra con un contratto di apprendistato da 1000€ lordi.

Aumentare lo stipendio del ragazzo è impensabile, l’imprenditore è troppo salassato dai contributi che deve versare, che non finiscono in beni e servizi scambiabili da parte del lavoratore, ma sempre a pagare le pensioni di cui sopra.

Abbassare il prezzo dei beni non è possibile. Diminuirebbero i margini delle imprese, che non permetterebbero all’imprenditore di poter alzare il salario del giovane.

Il giovane non acquista. I margini delle imprese diminuiscono comunque, insieme agli stipendi. L’unica cosa che cresce in numero è la cassa-integrazione.

La cassa-integrazione è pagata dall’INPS e non ti permette di avere una stabilità sufficiente nemmeno per pensare di avere un figlio.

Posso continuare, se vi va.

Puntare sul rimpiazzo generazionale come ciambella di salvataggio di una situazione già abbastanza disastrata è piuttosto attaccabile.

Ma è una buona alternativa, pare, concedere la pensione d’oro dopo due anni di legislatura, che in questo modo, i nostri figli potranno continuare a pagare fino alla fine dei giorni.

Ma almeno permettimelo. Non impormelo dicendomi così, sbattendomi in faccia che diventerò vecchia, rugosa, zitella e pure con l’utero rammollito.

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Permettimi di essere single e non scappare all’estero per farlo da sola.

Permettimi di adottare un bambino poco fortunato, dato che ogni coglione con gonadi funzionanti può fare un figlio. Per quale motivo io devo essere passata psicologicamente come il riso per voler dare stabilità ed affetto a qualcuno, quando ci sono situazioni nel mondo in cui i genitori hanno poco e niente ed una bocca in più, nata per errore, non riesce ad essere sfamata.

Non c’è soluzione. Si possono indire tante belle campagne, ma fino a quando non ci sarà una maggiore stabilità e diminuirà l’incertezza, non ci muoveremo di un centimetro.

Nel frattempo, io, un piccolissimo consiglio ce l’ho:

LICENZIATE QUEI PESSIMI PUBBLICITARI!

😀

La Terra si ribella.

Ragazzi, non so voi, ma io in questi giorni ho sentito di tutto riguardo al terremoto che ha squarciato il nostro BelPaese.

Mi auguro che in alcuni casi si trattasse di troll poco simpatici, piuttosto che di reali cazzoni che potessero esprimere liberamente la propria opinione.

Ho letto di vegani che difendevano la nostra Terra in quanto Amatrice, patria della ben nota (e buona!) pasta al sugo con la pancetta, si meritasse questo per lo sgarro che ha compiuto nei confronti della Natura, creando un piatto che nel mondo imponeva il sacrificio di animali d’allevamento.

Ho letto di cristiani cattolici non troppo stupefatti dall’accaduto, in quanto recentemente, in Italia, ci si è aperti al riconoscimento civile delle coppie dello stesso sesso: essendo ciò – dal loro punto di vista, dal quale in molti per fortuna si dissociano – un atteggiamento contro la stessa Natura, essa si è ribellata contro di Noi, popolo ormai eretico, per dimostrare il Suo disappunto.

Ho letto della più stronza di tutte, della quale fortunatamente ho rimosso il nome, che proponeva, post pubblicazione nel suo Facebook della lista delle vittime del terremoto,  di scegliere un nome e di pregare per lui, così da permettergli di avere l’indulgenza dato che, ovviamente, essendo morto per tale calamità naturale, deve essere stato una brutta persona in questa terra.

Ho letto veramente di tutto. Ho letto le parole della mia “cerchia di amici” che si scagliava contro gli immigrati, contro 35€ che prendono quotidianamente di Asilo a spese dello Stato Italiano, che vivono negli alberghi a sbafo, al grido tanto arcaico quanto becero “PRIMA GLI ITALIANI!” E per carità d’Iddio, sono d’accordo, ma almeno informiamoci un attimo prima. Ma questa è un’altra storia.

Questo è tutto l’odio che proviamo, e l’estrema necessità di dover trovare sempre e comunque un capro espiatorio sul quale vomitare addosso tutta la nostra indignazione.

Signori, è la Natura. E la Natura, da sempre, fa quel cazzo che le pare. E se non lo avesse sempre fatto, molto probabilmente noi non saremmo qui, in questo preciso istante, a scrivere ad un computer, ma saremmo organismi monocellulari sottosviluppati.

Con questo, è ovvio che sia un’ingiustizia, e che tutto quell’insieme di vite spezzate, giovani, bambini, o anche anziani che hanno subìto la furia della Natura più volte nell’arco della loro vita, avrebbe potuto essere risparmiato con un minimo di senno evitando che i soliti mangiasoldi corrotti di questa Italietta si arrampichino e incancrenino la gestione del Paese.

Ma anche questa, è un’altra storia. Il bello di Internet è che dà la possibilità a chiunque di esprimersi. Questo è favoloso, perchè, da ciò che ho avuto modo di apprendere, il primo medium a far rimbalzare la notizia, nel minuto immediatamente successivo alla scossa, è stato l’Internet di Twitter.

La velocità delle informazioni e la possibilità che tutti possiamo essere opinionisti di stocazzo, è comunque l’altra faccia di una medaglia perfetta: ogni celebroleso può dire la sua e venire ascoltato da una stregua di seguaci -sì, sto chiaramente parlando di Salvini.

Ho già fatto voto di evitare come la peste l’informazione televisiva, anche se oggi, mentre cucinavo da sola, avevo necessità di un po’ di compagnia. Alle 20, generalmente, vanno in onda solo TG e stasera ho avuto il piacere di incappare su Canale5. È abbastanza ovvio che, in momenti come questo, l’informazione Italiana perda un po’ la sua spinta sui soliti temi (la disoccupazione, il femminicidio, l’immigrazione, l’Isis) per poter sciacallare sull’evento che ha scosso questo Agosto piatto fatto di raccomandazioni agli anziani quali banalità storiche alla “evitate di uscire nelle ore più calde e cercate di bere molto!” – maddai -. Ma il Tg5 stasera va ben oltre, dedicando un paio di servizi al Sig. Berlusconi, su come Egli, il S.S. Silvio, abbia ricostruito, quando era al governo, in soli 5 mesi la città di l’Aquila, sconvolta anch’essa dal terremoto. Credo che sulla veridicità di questa informazione, potremmo dibattere a lungo. Il problema è che questa notizia è andata in onda su una TV che dovrebbe, almeno sulla carta, essere generalista.

 

Era necessaria, questa meravigliosa sviolinata nemmeno troppo velata, questa ampia leccata di culo al padrone che finalmente, dopo un periodo da pregiudicato, può tornare alla ribalta stordendoci con le sue auto-commemorazioni disinvolte? Non stupiamoci infatti quando ci dicono che siamo sotto di almeno 30 posizioni rispetto al Ghana, quando si parla di libertà di stampa.

RIPETO. IL GHANA.

http://www.corriere.it/esteri/16_maggio_03/liberta-stampa-ecco-12-cattivi-italia-77-posto-haiti-meglio-noi-6d742ece-10f6-11e6-950d-3d35834ec81d.shtml?refresh_ce-cp

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Ma, anche questa, è un’altra storia.

La storia che voglio raccontare, è una storia che mi hanno raccontato a mia volta. Onestamente, non ho controllato la veridicità dell’informazione, ma la credo realistica in quanto non impatta nessun interesse. Si tratta dell’intervista ad una ragazza, più o meno della mia età, che riusciva a non piangere mentre diceva, al microfono, che non aveva più nulla. La sua intenzione era quella di andare all’Università e vivere una vita come quella di tante altre ragazze nostre coetanee, con ogni diritto di divertirsi al bar e studiare sui libri.

Ecco, quella ragazza ha detto che non aveva più niente di suo. Nemmeno un elastico per legarsi i capelli, perchè in quel momento sentiva caldo e aveva necessità di legarseli.

Ho capito bene.

Io sono qua a lamentarmi perchè non ho le ferie quando dico io, che prendo lo stipendio sufficiente a vivere una vita dignitosa, che ho un ragazzo che mi ama e una famiglia in salute, che ho una macchina, seppur scassata, da guidare per andare a lavoro ed ho le pareti di questa casa di 60mq in affitto piene delle mie fotografie di viaggi.

Sì io. Non hai idea di quanto io mi senta stronza in questo momento. Una stronza incapace di godere dell’Universo di meraviglia che la circonda, quando, da un momento all’altro, a diversi km dalla mia pianeggiante ed antisismica Lombardia, una coetanea ha avuto la sola colpa di trovarsi nel luogo sbagliato, nel momento sbagliato.

Probabilmente il mio blog dovrebbe finire qui. Sono già arrivata alla metà della Meta, anzi, l’ho decisamente superata. Se è proprio vero che la felicità sta nelle piccole cose, io, sono un’ingrata.